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Angelo Mastrandrea

Biografie

Angelo Mastrandrea (1971) is een Italiaanse journalist en schrijver. Hij studeerde rechten aan de universiteit van Salerno en behaalde een masterdiploma journalistiek aan de Luiss University in Rome. Mastrandrea werkte voor de Italiaanse krant Il Mattino di Napoli en schreef voor een hele reeks andere kranten en websites. In 1999 begon hij bij de krant il manifesto, waar hij  vandaag nog steeds werkt.

Zijn kort verhaal Il paese immobile werd in januari 2011 gepubliceerd in het literaire tijdschrift Animals. In 2012 verscheen zijn boek Il Trombettiere di Custer e altri migranti (The Custer’s Trumpetist and Other Immigrants), een verzameling excentrieke en avontuurlijke verhalen over Italiaanse emigranten uit de hele wereld. In Il fotografo di strada è un latin lover vertelt Angelo Mastrandrea het verhaal van een Oostenrijks meisje dat na 41 jaar naar Italië terugkeert om er de vader van haar kind terug te vinden. De man blijkt een straatfotograaf te zijn waarmee ze ooit een romantisch nacht had beleefd. Het verhaal werd in 2012 gepubliceerd in L’occhio svelto, lo scatto facile (Quick Eye, Easy Click), een boek over Italiaanse straatfotografen na de Tweede Wereldoorlog.

Tijdens zijn verblijf in Brussel zal Angelo Mastrandrea een boek afwerken dat zich afspeelt in Italië en de Poudrière gemeenschap in Brussel in de jaren zeventig. De Poudrière is een leefgemeenschap die bestaat sinds 1958, waar niemand persoonlijke bezittingen heeft en alles wordt gedeeld. Mastrandrea zal hier in Brussel onderzoek naar doen.

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Auteurstekst

Un caffè a Molenbeek

Quando sono cominciati i Mondiali, sulla porta di casa mia avevo appeso un cartello che diceva "Chiuso per calcio". Quando l'ho tolto, un mese dopo, avevo già giocato sessantaquattro partite, birra alla mano, senza muovermi dalla mia poltrona preferita. Questa prodezza mi ha lasciato lesso, i muscoli doloranti, la gola a pezzi; ma ho già la nostalgia (Edoardo Galeano)

Due calabresi si incontrano. "Ma lo sai che giorno è oggi?" "Figurati se non lo so, è il giorno della festa patronale al paese nostro." "A quest'ora stanno portando il santo fuori dalla chiesa per andare in processione." "Con tutto il paese dietro." "Le donne con il velo nero." "Il prete che benedice." "Le luminarie sulla via principale." "Le bancarelle con i dolciumi." "E quelle con il salame piccante." "Tutto come da secoli". "Identico, come da secoli". Si bloccano. Scuotono il capo per la malinconia. Riprendono. "E noi due qui, a Parigi..." (storiella calabrese che ho ritrovato su un giornale)

 


Tutto è accaduto per un caffè. Se non ne avessi avuto un disperato bisogno me ne sarei rimasto a casa, in poltrona, a godermi l'inizio dei Mondiali di calcio. Tra poco meno di un'ora il Belgio avrebbe fatto il suo esordio contro l'Algeria. L'attesa in città era spasmodica e a me intrigava il perché il paese meno nazionalista d'Europa riuscisse a identificarsi in undici persone che inseguono una palla. 
Per tentare di capirci qualcosa me n'ero andato alla presentazione di un libro di racconti dedicati al calcio, in una libreria italiana. Uno di questi raccontava la parabola di Vincenzino Scifo, figlio di immigrati siciliani che, a un certo punto della sua carriera, tornò nella terra dei padri per giocare nell'Inter e fu lì per lì per scegliere la Nazionale del mio paese. Lo avrebbero accolto a braccia aperte e più di un politico ne avrebbe fatto un simbolo dell'identità italiana sparsa per il mondo. Invece scelse il Belgio e la storia finì lì. 
Qualche giorno prima ero stato a Marcinelle. Un giovane barista mi aveva parlato in un dialetto strano, in cui avevo colto riflessi arcaici e un tono meridionale. Gli avevo chiesto da dove venisse: "Da Manoppello," mi aveva risposto con il tono di chi non sospetta che un italiano possa non sapere dove si trovi. Tornato a casa, mi ero precipitato a controllare su Google: è in Abruzzo, la più a nord delle regioni dell'ex Regno delle Due Sicilie, i cui confini ancora oggi segnano uno spartiacque culturale e linguistico con l'ex Stato Vaticano. Dalle foto si intuisce un tipico paese degli Appennini meridionali, arroccato a una collina e con le case in pietra addossate le une alle altre. Venivano da qui Camillo e Rocco Jezzi, le prime due vittime di cui si conobbero i nomi, dopo la tragedia dell'8 agosto 1956 al Bois du Cazier. E così altri trentotto minatori che persero la vita nelle viscere della terra. Il ragazzo di Manoppello aveva ragione: perché noi italiani non conosciamo il paese dei suoi genitori? Perché non abbiamo memoria dei morti di Marcinelle?
Nonostante Vincenzino Scifo e gli emigranti abruzzesi, trovare un buon caffè all'italiana non è semplice, in Belgio. È per questo che, mentre la piazza del municipio di Charleroi si riempiva di ex lavoratori della Carsid e dell'Arcelor Mittal avvolti in drappi giallorossi, e nella sua comoda abitazione di Anversa il sindaco Bart De Wever si accomodava in poltrona davanti alla tv, tronfio del suo recente successo elettorale, io attraversavo il ponte che separa il centro della città da Molenbeek. Mi avevano detto che da queste parti ci sono ancora dei luoghi di ritrovo della vecchia emigrazione italiana, che hanno poco a che vedere con i locali più alla moda del quartiere europeo. 
Molenbeek è l'ex quartiere delle fabbriche. Attraversandolo, avevo provato a immaginarlo al tempo in cui Karl Marx soggiornò da questi parti. Mi interessa anche il rapporto della città con Belzebù. Non a caso, la squadra di calcio è soprannominata "diavoli rossi". E il quadrilatero di stradine al di qua del canale è soprannominato "Coin du diable" per via di una leggenda che merita di essere brevemente raccontata.

Al tempo degli angeli e dei fantasmi, verso la fine del Seicento, un architetto si era incaricato di congiungere le due sponde del canale. Malauguratamente per lui, il terreno era però franoso e i lavori necessitarono di un'opera piuttosto costosa di consolidamento. L'architetto investì tutti i suoi risparmi, ma più il terreno cedeva più lui non sapeva come farvi fronte. Dopo un po', non aveva più denaro per pagare gli operai. Un giorno gli si presentò a casa un uomo vestito di verde, affabile nei modi. 
"Un gentleman", pensò l'architetto.
"Sono il diavolo in persona", si presentò l'uomo in verde. 
Sorrideva. 
"Cosa vuoi da me?" 
"Aiutarti". 
"E come?" 
"Facciamo un piccolo scambio: io ti presto i mille scudi che ti servono per finire l'opera, ma non voglio nulla subito. Mi ripagherai il debito tra dieci anni, con la tua anima." 
Le leggende non forniscono particolari sulla contrattazione, ma come che sia il patto fu siglato e l'architetto riuscì a portare a termine i lavori, con gran beneficio suo, della collettività e degli operai che furono risarciti dei loro sforzi. Dieci anni dopo, l'esattore ultraterreno si presentò puntuale all'appuntamento con il debitore. Fu cortese ancora una volta, si fece annunciare da una donna di servizio e attese che l'architetto lo ricevesse. 
"Si ricorda di me?", gli disse. 
"Certo, l'ho riconosciuta subito. Non è invecchiato per niente", si complimentò l'architetto, "però mi ha colto un po' di sorpresa. Potrebbe farmi la gentilezza di attendere che sistemi le mie cose prima di assentarmi definitivamente da questo mondo?"
"Non si preoccupi, se vuole le do una mano così facciamo prima. Sa, l'inferno non può attendere troppo". 
"Beh, se mi aiuta a raccogliere il grano e metterlo in un sacco gliene sarò grato per l'eternità".
I due si misero al lavoro di buona lena. Alla prima pausa, l'architetto invitò l'uomo in verde a bere insieme una birra. 
"Gliela voglio proprio far assaggiare, è prodotta da noi".
"Accetto volentieri".
La donna di servizio si presentò con due bicchieri ricolmi. Il diavolo assetato bevve ed evaporò. 
"Era acquasanta", commentò l'inserviente mentre un ghigno di malcelata soddisfazione per aver gabbato l'Innominabile gli segnava il volto.Anche nella costruzione del ponte per Molenbeek c'è lo zampino del diavolo. Lo racconta Jacques Auguste Simone Collins de Plancy, nipote del rivoluzionario Danton e appassionato di occultismo, che soggiornò qui dal 1830 al 1837 e scrisse un Dizionario infernale nel quale racconta come a posare la prima pietra fu la stessa persona vestita di verde evaporata a casa dell'architetto. 
A pochi passi c'è invece la comunità della Poudrière. Ho sempre pensato che sarebbe piaciuta al barbuto di Treviri. Gli abitanti hanno infatti abolito la proprietà privata e l'individualismo, per questo vivono insieme e mettono in comune i frutti del loro lavoro. Qualche giorno fa sono passato a salutare Vanni, un friulano dal volto scavato e la barba ascetica che ha abbandonato l'Italia nel 1969, in piena contestazione. Avrebbe voluto andarsene a Cuba ma è finito qui, dove ha conosciuto una studentessa sessantottina francese e sono finiti a vivere insieme alla Poudrière. È stata, la loro, una scelta di vita profondamente politica. Gli ho chiesto del suo rapporto con l'Italia.
"Non la riconosco più, per questo non ci vado," mi ha risposto.
Mi ha invitato a cenare con gli altri della comunità. C'erano una simpatica indiana che mi ha raccontato di essere stata adottata da piccola da una famiglia di Waterloo, un ragazzo di Barcellona che aveva deciso di vivere questa singolare esperienza per un periodo, alcune ragazzine nate alla Poudrière che mi hanno raccontato dei rapporti con i loro compagni di scuola. Prima di sederci a tavola tutti hanno intonato una canzone che si intitola "Amitiés".Quel giorno tirai dritto. Dicono che la dipendenza dal caffè sia una cosa di poco conto, nulla a che vedere con le droghe pesanti e neppure con le sigarette. Eppure dopo una settimana a dosi diluite di caffeina il mio umore era diventato pessimo e i nervi si erano afflosciati come corde mal tese. Immaginate perciò quale entusiasmo mi colse quando vidi l'insegna di un vecchio bar italiano. 
È difficile spiegare a chi non è meridionale come ci si possa sentire a casa entrando in una stanza arredata alla meno peggio, piena di anziani che giocano a carte attorno ai tavolini in legno. Quale sicurezza possa infondere la consapevolezza che esiste un posto al mondo in cui poter trovare rifugio dalla modernità e nel quale si è accettati solamente perché è da lì che provieni e non hai bisogno di dimostrare alcunché. È un po' come la "ostalgie" che colpisce molti tedeschi dell'est quando rivedono i simboli di un mondo ce non esiste più. 
Mio nonno ci andava tutte le sere, appena terminata la fatica nei campi. In genere ci passava prima di tornare a casa per cena. Aveva fatto il muratore in Germania per qualche tempo, poi era tornato al paese. Quando aveva capito che nessuno di noi lo avrebbe seguito nel lavoro di sempre, aveva piantato nell'orto trentasei piante di ulivo che sopravvivranno ai miei figli e nipoti. Il bar si chiamava Mexico '70 e nessuno aveva pensato di smontarne l'insegna dai Mondiali di calcio del 1970, appunto. Lì dentro, la storica vittoria dell'Italia sulla Germania nella semifinale era stata ben più che un evento sportivo, il gol di Gianni Rivera all'ultimo minuto dei tempi supplementari aveva rappresentato una sorta di riscatto per gli anni di duro lavoro nelle fabbriche tedesche. Il fatto che quel bar fosse ancora lì, con il bancone usurato, le sedie malferme e il barista invecchiato, era una garanzia di stabilità, il messaggio che il mondo poteva pure cambiare ma lì il tempo continuava a scorrere con un ritmo diverso. Questo, non so perché, mi ha sempre rassicurato. 
Insomma, il Mexico '70 era un po' la mia Berlino est, il posto della nostalgia. Ecco spiegato per quale ragione entrare in quel bar di Molenbeek mi è sembrato come fare un tuffo nel passato. Non come il Caffè italiano dov'ero stato il giorno prima nel quartiere europeo. Mi ci aveva portato una giovane funzionaria del Parlamento e sembrava di stare in un qualsiasi bar del centro di Roma all'ora della pausa pranzo. Tutti gli italiani che lavorano nelle istituzioni comunitarie vengono qui per sentirsi a casa, il caffè è indubbiamente buono e il cibo di buona qualità. Avevo perfino mangiato una fresella con il pomodoro fresco che mi aveva ricordato le mie estati su una spiaggia del sud Italia. È il piatto della povera gente, fatto di pane raffermo messo a mollo nell'acqua, sul quale viene posto un pomodoro tagliato a fette, non uno qualsiasi ma il San Marzano, lungo e sinuoso come il corpo di una modella, non il Pachino tondo e piccoletto come un siciliano d'altri tempi e neppure quello obeso e sugoso come un frequentatore abituale di McDonald's. Il tutto condito con un goccio d'olio, un pizzico di sale e del basilico. Dalle mie parti prende il nome di "acquasale" perché la fresella viene "sponzata" come si dice nel nostro dialetto, vale a dire bagnata nell'acqua del mare, acquistando un gusto particolare. Qui è stato trasformato in cibo da gourmet.
Mi hanno invitato all'happy hour del giovedì nella vicina piazza del Luxembourg, dove l'intera euroburocrazia fa bisboccia fino a notte fonda e, tra un aperitivo e l'altro, passano di mano in mano curriculum e offerte di lavoro. È la movida degli europei, che vivono come studenti fuoricorso in Erasmus permanente, affetti dalla sindrome di Peter Pan, separati dal resto della città. Non ci sono andato.
Confesso di essersi sentito più a mio agio nel Mexico '70, come avevo ribattezzato il bar di Molenbeek in onore a mio nonno e a un paese che non avrebbe mai cambiato volto. Eppure l'Italia che oggi si vede in superficie è quell'altra, l'Italia dei figli di quella mutazione antropologica di cui scriveva Pier Paolo Pasolini poco prima di essere assassinato sulla spiaggia di Ostia. 
Il barista mi aveva raccontato di essere venuto qui da Agrigento, quarant'anni fa. Avevo chiesto anche a lui, come a tutti, del suo rapporto con la sua terra, la Sicilia. Mi aveva risposto che non ci si ritrovava più, un po' come l'alpino Vanni della Poudrière, emigrato per ragioni politiche. Era arrivata sua moglie a dargli manforte, sostenendo che loro non erano mai cambiati, semmai gli italiani non erano più quelli di una volta. Non so cosa volesse intendere, ma avevo notato come, involontariamente, avesse usato le stesse parole di Pasolini. Mi ero chiesto se non avessi sbagliato tutto: forse questa civiltà sepolta andava cercata altrove e non nelle viscere del mio paese?
"Il caffè qui lo facciamo come si deve", mi aveva assicurato il siciliano. Mi ero seduto a un tavolino, in attesa. Al mio fianco, quattro uomini fissavano stancamente le carte da gioco napoletane. Non si scambiavano fra loro nemmeno una parola, solo qualche gesto di tanto in tanto: una strizzata d'occhio furtiva, un impercettibile movimento della bocca. A ogni turno, uno di loro raccoglieva le carte, dava loro una mescolata e cominciava un altro giro con studiata lentezza. Riconoscevo gli atteggiamenti e soprattutto ne condividevo intimamente l'obiettivo finale: ammazzare il tempo, lasciare che scorresse facendo il minor danno possibile. 
Rimasi a osservarli non so nemmeno io per quanto, senza accorgermi nemmeno che nel frattempo il locale era andato riempiendosi e il proprietario aveva tirato giù le serrande, lasciandolo nella penombra. Tutti si zittirono quando le squadre scesero in campo. Il televisore era di quelli con il tubo catodico, lo schermo in bianco e nero. Un vero e proprio cimelio. La voce del telecronista mi risuonò familiare, arrivava direttamente dalla mia infanzia. Annunciò le formazioni: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Albertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola, Bonisegna, De Sisti, Riva. Non saprei dire perché, ma in quel momento mi sembrò tutto naturale. Persino che Gianni Rivera fosse stato tenuto in panchina. 
Pensai a Vanni e al coro della Poudrière, ricordai il vociare scomposto dei miei connazionali al Caffè Italiano e provai a immaginare da dove provenissero, uno per uno, cosa facessero i loro nonni ai tempi del fascismo e dopo, nel lungo dopoguerra che trasformò troppa gente di provincia da scarpari senza istruzione in imprenditori di nessuna cultura, come genialmente scrisse il professore anarchico Lucio Mastronardi prima di gettarsi, disperato, in un fiume della sua Vigevano, la cittadina lombarda con una delle piazze più belle d'Europa. Avrei voluto chiedergli dov'erano negli anni del grande saccheggio, della Lega Nord e di Berlusconi. Come sono arrivati fin qui nella capitale d'Europa. Se erano stati almeno una volta a Manoppello. 
Ma la partita incipiente imponeva il silenzio. Era il momento degli inni nazionali. "Deutschland über alles" incuteva il solito timore. A quello italiano rimasero tutti in silenzio, i volti contratti, duri, qualcuno annerito dalla polvere che si depositava sui "terril". "Deve esser passato di qui prima di tornare a casa dal lavoro," pensai. Faceva così pure mio nonno. Il bar nel frattempo si era riempito. Mi sorpresi a contare i presenti. Lo faccio sempre, anche alle presentazioni dei miei libri. A volte perdo il conto e devo ricominciare da capo. Erano 162. Tanti quanti i morti di Marcinelle. Guardarono la partita composti, quasi rassegnati, i giocatori di carte voltando le spalle ad essa e nemmeno esultando a ogni gol fatto o imprecando a quelli subiti, come mi sarei aspettato. Rivera entrò negli ultimi minuti al posto di Sandro Mazzola e fece gol quasi subito. Eravamo in finale, ricordò il telecronista. Ma io sapevo già come sarebbe andata a finire, che non ci sarebbe stata partita con il Brasile di Pelè e Garrincha. Sapevo anche com'era andata a finire a Marcinelle, che nessuno di loro aveva avuto il privilegio di vedere la storica vittoria per 4 a 3 dell'Italia sulla Germania per la quale mio nonno, minatore per fortuna pentito, aveva esultato al bar Mexico '70 come ora stavo facendo io, più di quarant'anni dopo. Per questo non avevano cantato l'Inno e neppure esultato. Non ne avevano avuto il tempo.
Non era la prima volta che li incontravo. Era accaduto a Motta San Giovanni, un paesino tra i fichi d'india della Calabria, dove il giorno di Santa Barbara, patrona degli artificieri, si ricordano le vittime delle miniere. A Petilia Policastro, dove una statua del minatore ti squadra da capo a piedi in qualsiasi angolo della piazza tu ti trovi. Ora qui, a questo bar di Molenbeek dove bisogna venire per trovare l'Italia che non esiste più. Mi sembrò di riconoscerli tutti, uno per uno. Qualcuno dovevo averlo visto al Mexico '70 del mio paese, in un'altra stagione della mia vita. Uno di questi mi somigliava particolarmente, o almeno così a me parve. Mi tornò alla mente un giorno d'inverno, davanti a un camino. Stava già male ma si preoccupava per un mio malanno passeggero. Non lo vidi mai più. 
Fui ricondotto a me dall'arrivo del caffè. "Questa bevanda è un'acquasanta", lo annunciò il barista. Lo assaporai e gli diedi ragione. "È il più buon caffè che abbia bevuto a Bruxelles." A dirla tutta, il migliore che abbia mai bevuto. Ringraziai, pagai il conto e me ne andai. Riattraversai il ponte e ripensai alla leggenda del "Coin du diable". Il Belgio aveva battuto l'Algeria, la città festeggiava e Molenbeek era un po' triste per questo.

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26.05.14 > 23.06.14

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