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Giorgio Vasta

Biografie

De Italiaan Giorgio Vasta (°1970) is een schrijver, docent en redacteur uit Palermo die momenteel in Turijn woont. Vanaf 1998 doceert hij creative writing aan de Scuola Holden, opgericht door Alessandro Baricco. In 2001 richtte Vasta de schrijversgemeenschap Zerouno op. Ook was hij radiomaker en verzorgde hij diverse anthologieën, zoals Niente resterà pulito (Rizzoli), Ho visto cose (Rizzoli), Best off 2006 (minimum fax), Voi siete qui (minimum fax), I persecutori (Transeuropa 2007) en Anteprima nazionale (minimum fax, 2009).

Giorgio Vasta doceert schrijftechniek aan het Istituto Europeo di Design di Torino. In 2008 debuteerde hij met de roman Il tempo materiale (De materiële tijd, Wereldbibliotheek, 2011), die zich afspeelt in het Palermo van 1978. Hij vertelt het verhaal van drie elfjarige jongens die het nieuws van de ontvoering van Aldo Moro vernemen en de Rode Brigade beschouwen als strijders die Italië zullen bevrijden. De jongens verliezen hun greep op de werkelijkheid en starten hun eigen terroristische beweging. De roman stond op de shortlist van de Premio Strega (2009) en werd bekroond met de Premio Città di Viagrande (2010).
In 2010 verscheen Vasta's tweede roman Spaesamento.


In 2011 was Giorgio Vasta te gast op het Passa Porta Festival en genoot hij van een residentie in Villa Hellebosch, waar hij werkte aan een nieuw boek.

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Auteurstekst

Il Belgio in due movimenti

Il mio legame con il Belgio si compone in due movimenti.

Il primo, a fine marzo 2011, partecipando al festival letterario Passa Porta. Arrivo a Bruxelles il venerdì - il mio incontro è previsto per domenica pomeriggio - e la sera a teatro assisto a uno spettacolo realizzato proprio in occasione della manifestazione. Si intitola Letters to Europe e prevede l'alternarsi sul palco di musicisti, acrobati e scrittori. Gli scrittori provengono da tanti paesi diversi, europei ed extraeuropei, molti dai paesi arabi.
Mentre ognuno di loro legge un frammento della sua "lettera" all'Europa dall'Europa (o dai suoi immediati dintorni), sullo schermo alle loro spalle compaiono i sottotitoli in francese, fiammingo e inglese. Non conosco né il francese né il fiammingo e il mio inglese è fragilissimo, lo parlo come se masticassi un criceto e lo ascolto con due talpe conficcate nelle orecchie. Nel leggerlo però qualcosa riesco a decifrare. Non tutto, inevitabilmente, ma non importa perché, seduto in teatro, mi rendo conto che oltre alla comprensione del senso c'è il puro ascolto della forma sonora delle diverse lingue. Nel giro di poco la scena teatrale si trasforma in una ricapitolazione a voce alta degli idiomi parlati in Europa (e, lo ripeto, non essendo l'Europa soltanto Europa, sono rappresentate anche lingue non strettamente europee), una sfilata di morfologie espressive, dai suoni più secchi e aspri a quelli più morbidi - il tedesco e a tratti l'arabo che fanno pensare a una scatola piena di chiodi o alle ruote di un carro che schioccano contro il selciato, il francese e il portoghese che sembrano fatti di cotone.
Ascoltando mi dico che è bello essere parte di un'esperienza linguistica talmente molteplice e intensa, mi dico che l'Europa è la bocca di un vulcano in continua fertilissima eruzione e che la forma dell'Europa è questa intersecazione di suoni, questa architettura che dà luogo a un'identità necessariamente (e fortunatamente) mobile, vibratile, disidentica.
Poi di colpo mi accorgo che non c'è l'italiano. La lingua nella quale mi esprimo, la lingua in cui scrivo, è del tutto assente. O meglio, no, non del tutto: l'unica parola italiana che viene pronunciata durante le letture, se non sbaglio per due volte, è un nome. Anzi un cognome: Berlusconi. L'italiano, questo magma linguistico, una lingua che si è generata attraverso contatti e conflitti, uno spazio espressivo nel quale nel corso dei millenni si sono emulsionate culture differenti, esiste soltanto attraverso la parola Berlusconi. Una specie di sintesi spietata, un buco nero. Tutta la complessità e la raffinatezza di uno strumento espressivo composito viene risucchiato in un unico termine. Una parola d'ordine. Il nome con il quale si dice, in Europa, all'Europa, che a un livello geopolitico, a un livello culturale e umano, l'Italia sta scomparendo.

Il secondo movimento arriva due settimane dopo il festival, a metà aprile. Ovvero nel momento in cui raggiungo Villa Hellebosch, venticinque chilometri da Bruxelles, nel Vollezele, la residenza di scrittura nella quale trascorrerò quindici giorni.
Stare a Villa Hellebosch è come vivere nel coperchio di un puzzle degli anni Settanta, quelli con la magione antica immersa in una tenuta di un verde robusto, i tetti a spiovente coperti di aghi fitti e secchi, i pavimenti di legno, gli scricchiolii sotto i passi che descrivono i percorsi dentro casa, il camino con gli alari e poi le siepi, la serra, il recinto con i cavalli, le galline, le passeggiate pomeridiane nel bosco, la vegetazione umida e carnosa delle Fiandre, gli alberi come muscoli, le cortecce da sbranare, le differenti straordinarie gradazioni delle foglie secche, dal fulvo alla fiamma al bianco brina, il modo in cui osservandolo a testa in su dal sottobosco il cielo si frantuma in un'infinità di pezzettini mentre dagli alberi precipitano piano le spore e piume impercettibili che si mescolano ai pollini - perché anche in Belgio c'è la primavera - e un brusio ininterrotto, mentre scrivo, di uccellini e insetti a motore.
La sensazione, da subito, è che in questo posto si viva immersi in una sostanza al contempo densa e fluida, perché il lavoro scorre saldo attraverso le giornate, dalla mattina alla sera, e ci sono momenti nei quali scrivendo la scrittura mi sembra una corda spessa, di una canapa fittamente intrecciata. Considerato che nelle ultime settimane la scrittura è stata un filo di cotone che si strappava di continuo, non reggeva e non legava, e poi è diventata un filo di nylon che taglia il palmo e poi ancora ci sono state giornate di funicelle sfilacciate o refe inaffidabile o di uno spago tutto smagliato e persino di fildiferro che di colpo si attorcigliava su se stesso, gli spuntavano gli aculei e diventava filo spinato, poter contare su questa corda solida e onesta che trovo dentro Villa Hellebosch è un conforto.

E alla fine mi rendo conto di questo. Che all'italiano descritto nel primo movimento - l'italiano come lingua che sparisce in quella semplificazione che è il buco nero Berlusconi - devo cercare di contrapporre, scrivendo, un altro italiano, una corda di scrittura in cui far esistere tutta la complessità che si sta perdendo: insomma, devo scrivere la mia lettera all'Europa.

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Villa Hellebosch
11.04.11 > 25.04.11
Villa Hellebosch
26.03.12 > 23.04.12

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