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Roberto Ferrucci

Biografie

Roberto Ferrucci (1960) woont in Venetië. Hij is schrijver, literair vertaler (o.a. van Jean-Philippe Toussaint), journalist en docent creatief schrijven aan de universiteit van Padua. Zijn roman Cosa cambia (2007) werd grotendeels in Brussel geschreven en vertelt het verhaal van een man die na vele jaren terugblikt op de rellen tijdens de G8 in Genua. Het leven in de stad en de invloed van politiek en geschiedenis op het persoonlijke leven zijn belangrijke thema's in zijn werk, dat grotendeels tot stand komt ‘op verplaatsing'.

Zie ook www.robertoferrucci.com.

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Auteurstekst

Arrivo a Bruxelles

L'aereo sono riuscito a fotografarlo, anche se non si potrebbe. Ho tenuto il telefonino come se lo stessi spegnendo o digitando un sms e ho fatto clic. Nella foto si vede la scaletta, un pezzo di muso e la gente che sale. Volevo mandare quell'immagine - l'immagine della mia partenza per Bruxelles - a un'amica. Un mms che è partito dalla tasca dei miei jeans mentre salivo, cercavo un posto e lo trovavo vicino all'ala sinistra. Il metal detector stavolta, poco fa, non ha suonato. Temevo addirittura i bottoni dei jeans, la montatura degli occhiali. Certo non è stato piacevole, comunque, doversi togliere la cintura e reinfilarla ai pantaloni davanti alla poliziotta addetta al monitor che fa la radiografia al mio zaino.
Finestrino, dunque. Una fortuna in questi voli della Ryanair, dove non esiste prenotazione. Devi fare come in gita scolastica. Buttare lo zainetto e occuparlo (l'ho visto prima io!), il posto che vorresti. Mica l'ho fatto, però. Finestrino sì, allora, ma sopra l'ala. E l'ala, vederla vibrare, in volo, ti suggerisce che nello scontro con l'aria, lei, l'ala, una sua fragilità potenziale la possiede tutta. Con quelle leggere vibrazioni ti sussurra che lei sta lì grazie a innumerevoli combinazioni in equilibrio tra loro.
Poi, inizia la liturgia mimica delle hostess, che nessuno guarda. Nessuno sta ad ascoltarla, Inga, al microfono, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, che dà le istruzioni. Intenti, tutti, a distrarsi il più possibile, dentro a questo Boeing 737-800 della Ryanair, 95 euro andata e ritorno per e da Charleroi.
Decolliamo, e in pochi minuti, su in alto, mentre l'aereo vola sopra le nuvole, tutti dormono. Io non ci riesco mai. Né in aereo, né in treno, forse perché non mi va di perdere nemmeno un momento del viaggio. Dello spostamento. Voglio viverlo tutto, io, il percorso. Qualunque percorso. Soprattutto quando è inedito, nuovo, come questo verso Bruxelles.
Io non dormo. Guardo le nuvole. E le nuvole, guardate dall'alto e a seconda dell'incidenza del sole, sembrano di volta in volta ghiaccio, gelato fior di latte, zucchero a velo, batuffoli di cotone, zucchero filato, nebbia, nuvole. E allora sono ghiaccio quando guardi quelle più lontane e meno accennate, meno bombate. Sono gelato fior di latte quelle non così lontane dall'aereo e dalle curvature irregolari. Sembrano zucchero filato quando le vedi dritte, sotto l'aereo, venir su come a ciuffi, più sfilacciate delle altre. Sono batuffoli di cotone quelle più arrotondate, raggomitolate, quasi, qua, sotto l'aereo e per vederle bene dovresti sporgerti dal finestrino, fosse possibile. Diventano invece zucchero a velo se, in lontananza, si rigonfiano verso l'alto e assumono forma di dolci. Un pandoro. Una torta della nonna. Sono soltanto nuvole, invece, quasi alla fine, quando stai per entrarci dentro e un attimo dopo, attraversandole, sembreranno invece essere nebbia. Il Boeing tocca terra puntuale, alle 9.55, all'aeroporto di Charleroi. Qualcuno applaude. Inga, nascosta chissà dove, laggiù in fondo, dal microfono saluta tutti e dà appuntamento al prossimo volo.
Tocco terra, io, sotto a un cielo grigio, e il primo passo è per una donna nata qui a Charleroi, vissuta a Firenze, conosciuta a Venezia e...
Fuori, temevo di smarrirmi e invece segue le informazioni che a bordo la voce di Inga aveva scandito in francese e fiammingo - a sinistra, appena usciti - e il pullman è lì, bianco e una enorme scritta che si ripete su tutti i lati Brussels South, direzione stazione di Bruxelles Midi. Dieci euro e in quaranta minuti sei arrivato.
Le prime immagini che vedo, mentre il pullman ha messo in moto, sono soltanto italiane. Cartelloni pubblicitari: il circo Buglione (e l'assonanza con Buttiglione, accidenti, mi ammanta per qualche secondo di una profonda vergogna triste) il cartellone dell'acqua San Pellegrino, quello di un altro circo, il Roncalli. Come se fossi ancora in Italia, insomma, addirittura con l'insegna di un club juventino, appena entriamo a Bruxelles e un altro manifesto che annuncia un concerto di Lucio Dalla, di un bel po' di tempo fa, credo, tanto è sbiadito. Per sentirmi in Belgio mi concentro allora sul titolo del libro che una ragazza sta leggendo: HET RECHT... Soltanto al terzo manifesto del circo che incrociamo, mi accorgo che Buglione è in realtà Bouglione, alla francese. Fotografo qualunque cosa col telefonino. Foto che verranno sfuocate, offuscate, mosse attraverso il vetro del pullman. Sono come preso da un raptus quasi "giapponese". Di uno che ha appena messo piede in un posto dove avrebbe dovuto venire da sempre. Ero piccolino, attratto dall'Anderlecht, dal suo portiere Trappeniers, dallo Standard Liegi, dove a parare c'era invece Christian Piot, da Jacky Ickx e da Eddy Merckx, ovviamente. Da Roger De Vlaeminck e da Patrick Sercu, che una volta vidi venire a prendere il giornale all'edicola sotto casa mia, in vacanza, a Jesolo. Scesero dalle loro preziose biciclette vestiti con la maglia stelleestrisce della Brooklin (la gomma del ponte), le appoggiarono agli espositori girevoli delle riviste straniere, comprarono uno L'Équipe, l'altro Le Soir, non ricordo chi L'Équipe e chi Le Soir e se ne andarono subito, ripiegando i giornali nelle tascone posteriori delle maglie, quelle che in gara servono per metterci i panini e io mi avvicinai, ancora basito dalla visione, all'edicolante che mi disse che sì, venivano lì tutte le mattine, che erano in vacanza pure loro e poi mi chiese perché non gli avevo chiesto l'autografo, e io, che mi sentivo male all'idea di domandare qualcosa a quei due mostri (qualcuno si ricorda come i due vincevano le volate?), replicai implorandogli di chiederlo al posto mio, il giorno dopo. Nessuno di noi due sapeva che quello era il loro ultimo giorno di vacanza. Qualche anno dopo ci fu una donna. Sempre a Jesolo. Una ragazzina, avevamo sedici anni. Si chiamava Krisia, di Kruibeke, vicino ad Anversa, il nome con quella meravigliosa K e il cognome con qualche vocale doppia, ovviamente. Suo padre tifava per il Beveren e io per qualche mese, a Venezia, ho comprato tutti i lunedì Het Laatste Nieuws, il giornale che lui leggeva, per vedere cosa aveva fatto il Beveren. La sera prima del suo ritorno in Belgio mi lanciò dalla finestra della sua camera una foto formato tessera. Il suo sorriso è stato la mia Gioconda per almeno un paio di diari scolastici negli anni successivi. E c'è stato anche Ivo Van Damme, poi. I capelli lunghi, la barba. Sembrava più un cantante rock che un mezzofondista, e che mezzofondista: medaglia d'oro alle Olimpiadi. Divenne per me un mito a causa di Krisia, certo. Ma sarebbe comunque stato uno di quegli atleti capaci di attrarmi comunque. Quei tipi un po' incongrui rispetto al proprio sport, come Björn Borg, il mio eroe assoluto. Piansi quando morì in quell'incidente stradale. Giocavo a Subbuteo in quegli anni. Krisia, che intanto non avevo più sentito né ovviamente visto (mi scrisse soltanto una volta, per dirmi che lì, nella sua piccola e per me affascinante Kruibeke, lei aveva un fidanzato), era stata nominata a sua insaputa presidente della mia squadra, il Bevereke, colori sociali gialloblu, i preferiti dalla presidentessa (non Krisia, no, Ira Fürstenberg, l'attrice, presidentessa dell'unica squadra di calcio - vera, reale - nella quale ho giocato a tredici anni, la Strobl Mestre. Una volta entrò nello spogliatoio...), e Ivo Van Damme era il centravanti della nostra squadra di plastica. Capitano con la fascia nerogiallorossa, i colori dellla bandiera belga che ho dipinto io, con lo stuzzicadenti.
Il Belgio è stato dunque per me soprattutto una questione di suoni, quelle K e quelle X e quelle vocali doppie, che dal mio alfabeto erano - e sono - escluse. E poi l'amicizia, quasi ventennale, ormai, con Madeleine e Jean-Philippe Toussaint. Mi hanno invitato un'infinità di volte. E io non so se sia stato per pigrizia, per mancanza di soldi, o per chissà che cosa. Perciò, grazie alla Fondazione Passa Porta, il mio arrivo a Bruxelles ha qualcosa di solenne dentro di me. Scendo dal pullman, tocco terra e "sono a Bruxelles" penso. Neanche fosse la luna.

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Vertaling

Nederlandse vertaling opgenomen in Aankomen in Brussel.Schrijvers op bezoek, cahier van Het beschrijf verkrijgbaar in de boekhandel.

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Passa Porta
5.03.07 > 26.03.07
Passa Porta
18.10.04 > 2.11.04

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